Programmatore proletario

09 agosto 2016 citazioni, lamentazioni

[…] l’imputato aveva contribuito come poteva al mantenimento del figlio, col suo modesto stipendio di programmatore.

Strattona e offende la moglie incinta

Ai bei tempi in cui l’informatica era ancora agli albori e i computer venivano alloggiati in armadi, i programmatori vestivano il camice bianco come i dottori e gli scenziati. L’avvento del personal computer ha permesso la fruizione della tecnologia anche alle persone comuni e tante aziende hanno cominciato a voler produrre software per questi nuovi consumatori. Si apriva un intero nuovo mercato per quella che era una tra le professioni più “moderne” negli anni 80.

Margaret Hamilton

Margaret Hamilton a fianco del codice da lei scritto per il programma Apollo (1969)
(By NASA via Wikimedia Commons)

Ma poi programmare è diventato sempre meno difficile, grazie a nuovi linguaggi e strumenti che facilitavano non poco il lavoro. Così il ragazzino “smanettone” ha cominciato a sognare di trasformare quella passione adolescenziale in un lavoro. I più fortunati hanno capito subito di non essere in grado, hanno lasciato perdere quel percorso e oggi fanno un altro lavoro che gli consente di vivere dignitosamente. Gli altri purtroppo hanno insistito, sentendosi bravi ad usare strumenti con i quali anche uno scimpanzè avrebbe tirato fuori qualcosa.

L’abbassamento dei requisiti per raggiungere una conoscenza comporta inevitabilmente la svalutazione di quella stessa conoscenza. Ad un certo punto tutti programmavano con gli stessi strumenti imparando a fare la stessa cosa. Fenomeno ancor più tragico nella nostra italietta dove, per decenni, gli unici software prodotti sono stati dei gestionali per la contabilità. Programmatori allevati in batteria, come i polli.

Il mercato del lavoro, ormai saturato, ha reagito come qualunque mercato obbedendo alla legge della domanda e dell’offerta: svalutando quella professionalità.

L’inflazione di questi lavoratori ha fatto precipitare le loro quotazioni tanto che oggi si comincia a parlare di “modesto” programmatore, usando un aggettivo che una volta avremmo riservato solo a lavori più umili che non richiedono anni di studio e un continuo aggiornamento, pena l’obsolescenza.

È stata una sorta di “bolla”, non finanziaria ma professionale, che ha portato un’intera generazione dai sogni di gloria dello studente al tirare a campare dell’adulto, ritrovandosi magari impiegati “a progetto” per qualche azienda che li paga un tanto al chilo. E non si pensi di andare all’estero, perché sul mercato internazionale ci sono indiani e cinesi che sbaragliano qualsiasi concorrenza.

C’è ancora qualche pazzo che si iscrive alle facoltà di informatica?